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Apostolato Biblico web page Indice Schede Leggiamo “Fratelli Tutti” Incontro 9 marzo
Atti degli Apostoli
Introduzione
Fratelli Tutti
Fratelli Tutti

Schede per la lettura e l'attualizzazione dell'Enciclica

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Introduzione agli Atti degli Apostoli Chi è Luca? Gli Atti sono un’opera di storia Le scelte di Luca Struttura del libro. Filosofia di vita, ecclesiologia e teologia SCHEDA 1

Il tempo della Chiesa L’Ascensione Spunti per l’attualizzazione

Video 9 marzo 2021

Martedì 9 marzo incontro on-line:
Battista e Lidia, referenti dell'Apostolato Biblico in Diocesi di Alba,
con i partecipanti all'incontro settimanale, parrocchie dell'Unità Pastorale 24.

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Apostolato Biblico web page Apostolato Biblico: schede
ANNO 2020-2021: Guida alla lettura-meditazione degli Atti degli Apostoli
Introduzione agli Atti Scheda n.1 Scheda n. 2 Scheda n. 3 Scheda n. 4 Scheda n. 5
ANNO 2019-2020: Guida alla lettura-meditazione del Vangelo secondo Giovanni
Introduzione al Quarto Vangelo 1: Dal Battista a Gesù: Gv. 1,35-51. 3,22-30 2: Gesù e la Samaritana, Gv 4, 1-42 3: Gesù, pane di vita: Gv 6 4: Gesù e la donna adultera: Gv 8,1-11 5: Gesù e il cieco nato: Gv. 9,1-41 6: Gesù lava i piedi ai discepoli: Gv 13,1-17 7: Gesù cena con i discepoli e prende congedo da loro: Gv. 13-17 8: Gv. 13-17: unione a Gesù e preghiera 9: Gv 15,1-17: la vite e i tralci 10: Il “soccorso” dello Spirito 11: Gv 15,18-16,4: Il male è una cosa seria 12: Gv 17: Il terzo discorso di Gesù 13: Gv 1,1-18: Il Prologo
ANNO 2018-2019: Guida alla lettura-meditazione del Vangelo secondo Luca
Il senso dei gruppi di vangelo/il Vangelo secondo Luca, note introduttive Scheda n.1 Vangelo di Luca : Predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazareth: Lc. 4,14-30 Scheda n.2 Vangelo di Luca: Pesca miracolosa e chiamata di Pietro e dei primi discepoli: Lc. 5,1-11 Scheda n.3 Vangelo di Luca: La nascita di Gesù: Lc 2, 1-20 Scheda n.4 Vangelo di Luca: Marta e Maria: Lc 10, 38-42 5 Vangelo di Luca: Il ricco e Lazzaro: Lc 16, 19-31 6 Vangelo di Luca: Zaccheo: Lc 19, 1-10

Introduzione agli Atti degli Apostoli

“Un libro per offrire alla cristianità una memoria che fissi e chiarisca la sua identità”

“L’interpretazione è desiderio di verità, combinato con il dovere di fedeltà alla memoria”

Il libro degli Atti è un testo molto caro alla comunità cristiana, perché custodisce le memorie del passato. Tutti abbiamo in casa e conserviamo con cura e venerazione oggetti, fotografie o scritti che ci ricordano persone care scomparse

Il libro degli Atti è una continuazione del Vangelo di Luca. Questa tesi, dichiarata nel Prologo (At 1,1-2) attestata fin dal II secolo a partire da Ireneo di Lione, trova conferma nell’omogeneità sia letteraria che teologica dei due scritti. L’intenzione dell’Autore era di scrivere un’unica opera, in due racconti, poi separati, come spesso succedeva nell’antichità, anche per motivi pratici (difficoltà di gestire un rotolo troppo grande!).

Il titolo non è dell’autore ed è improprio. Si dovrebbe parlare di Atti “di” apostoli, perché non si parla di tutti gli apostoli – che vengono nominati solo all’inizio del libro, poi non ci sono più notizie di loro – ma solo di due: Pietro e Paolo. Il termine “apostoli” poi viene usato in senso stretto, per indicare i dodici, non in senso lato, come fa Paolo che distingue i “dodici” dagli “apostoli” e inserisce tra questi se stesso, molti altri collaboratori e anche alcune donne. L’autore del libro – Luca, per la tradizione – oscilla tra queste due concezioni, in quanto identifica gli apostoli con i dodici, ma poi, senza chiamarlo “apostolo”, dedica gran parte del libro a Paolo, di cui è ammiratore entusiasta.

Il libro fa parte dell’opera lucana ed è la seconda parte di un’opera che ha come primo testo il terzo vangelo. Entrambi i testi sono dedicati a Teofilo (Lc 1,3; At 1,1).

Chi è Luca?

L’antica tradizione della Chiesa

attribuisce il terzo Vangelo e gli Atti a quel Luca di cui ha parlato Paolo in tre brevi allusioni (Fil 24: “Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia, insieme con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori”; Col 4,14: “Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema”; 2 Tm 4,9-11 “Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me”).

Questa tradizione è supportata da molteplici attestazioni:

Frammento muratoriano

(un testo del 170 d. C. circa, scoperto e tradotto da Antonio Muratori nel 1740): “Questo Luca, un medico, essendo stato, dopo l’ascensione di Cristo assunto da Paolo come suo compagno, quasi come un avvocato lo scrisse a nome suo. Tuttavia egli non vide il Signore nella carne e, per quanto vi riuscì, cominciò la sua narrazione dalla nascita di Giovanni”.

Ireneo di Lione (morto verso il 200): “Anche Luca, compagno di Paolo, compose in un libro il Vangelo predicato da quello”.

Il Prologo antimarcionita

(un testo dei primi anni del 200 d. C., diretto contro Marcione, un eretico, che riteneva autentico solo il vangelo di Luca) conferma i dati precedenti e aggiunge altri particolari: “Luca, siro di Antiochia, medico di professione, discepolo degli Apostoli, più tardi fu seguace di Paolo… Non ha avuto né moglie né figli; a 74 anni morì in Bitinia, pieno di Spirito Santo. Costui, essendo già stati scritti i vangeli di Matteo in Giudea e Marco in Italia, per impulso dello Spirito Santo nell’Acaia (Grecia) scrisse questo vangelo, ove al principio dice che erano già stati scritti altri vangeli”.

Oggi

gli studiosi hanno messo in discussione questa questa tesi tradizionale. Per alcuni studiosi l’autore finale degli Atti non può essere un compagno di Paolo, perché molti elementi del testo rinviano ad un cristianesimo di terza generazione (successivo al 70 d.C., epoca in cui lo scontro tra giudaismo e cristianesimo si è fortemente inasprito), vicino a quello delle lettere pastorali che sono di scuola paolina, ma non del Paolo storico. In questo momento la preoccupazione per il ritardo del ritorno del Cristo glorioso ha perso terreno a vantaggio della valorizzazione del tempo presente, il tempo della Chiesa. I credenti del tempo di Luca sperano ancora nel ritorno glorioso di Cristo, ma sanno che la data della fine è sottratta al loro sapere (At 1,7). Più pressante è l’imperativo di trovare una collocazione nella storia, in una fase drammatica per i Giudei, molti dei quali in diaspora.

Luca appartiene ad un ambiente di credenti che continuano l’attività missionaria di Paolo. Lui stesso ne è un grande ammiratore e utilizza materiale che circolava nel gruppo: pensiamo alle “sezioni-noi”, racconti di viaggio in prima persona plurale. Luca, storico raffinato e reporter di talento, ha trasmesso la visione della storia inerente a questo movimento. Certamente però si è avvalso di collaboratori e un po’ si avverte la diversa sensibilità. (Pensiamo al diverso spazio dato a Maria nel Vangelo e Atti!).

Il confronto tra gli Atti e l’epistolario paolino

evidenzia diversità sia a livello di racconto che di teologia. A livello di racconto, se si trattasse del compagno di viaggi di Paolo, sarebbe difficile spiegare perché non venga mai ricordata la sua attività di scrittore e non vengano mai citate le lettere autentiche di Paolo. Altri esempi: non c’è traccia delle offese che Paolo ricevette a Corinto, di cui si parla nella II Corinti; secondo gli Atti il primo a battezzare un pagano fu Pietro – che battezza il centurione romano Cornelio (At 10) – mentre Paolo ha sempre rivendicato per sé la scelta dell’annuncio del vangelo ai Gentili. Paolo non cita mai le quattro clausole per i gentili fissate dal cosiddetto concilio di Gerusalemme (At 15,28-29), anzi dice che “A noi non fu imposto nulla” (Gal 2,6) e non cita questo decreto nemmeno quando nella 1 Corinzi affronta la questione delle carni sacrificate agli idoli (1 Cor 8). Non meno rilevanti le differenze a livello di teologia:

Gli Atti sono un’opera di storia

L’Autore è certamente uno storico, il primo storico cristiano. Segue le regole tracciate da Luciano di Samotracia, nel suo “Come scrivere la storia” (165 d.C.), dove leggiamo che perché un’opera possa essere considerata storica non deve essere né un catalogo di dati, né un diario, ma deve dare importanza a ciò che vale. Lo storico deve cercare fonti e poi disporre il materiale secondo un certo ordine; il linguaggio deve essere accessibile al lettore medio, per chiarezza; può premettere un prologo o prefazione, ma non troppo lungo.

Con il termine “storia” si possono però intendere due cose: i fatti storicamente avvenuti (res gestae in latino, history, in inglese) o la narrazione dei fatti stessi (narratio rerum gestarum o story). La history è una sola, le stories sono molte. Gesù ha vissuto una sola history, raccontata da quattro stories canoniche e da altre apocrife. Noi non possiamo conoscere la history, i fatti, se non per il tramite delle stories: la verità giunge a noi sempre sotto forma di interpretazione. Tenere conto di questo è l’antidoto contro il pericolo del fondamentalismo. Ricordiamo a questo riguardo la celebre definizione della Pontificia Commissione Biblica che già nel 1993 definì il fondamentalismo come il “suicidio del pensiero”. Il pluralismo di interpretazioni è il DNA del Cristianesimo, perché come hanno scritto i Padri conciliari nella Dei Verbum, Dio ha parlato “per mezzo di uomini, alla maniera umana” (12) e la storia è stata raccontata da autori diversi con sensibilità e punti di vista diversi.

Le scelte di Luca

Il terzo Vangelo e gli Atti sono chiaramente un’opera costruita a tavolino, con una struttura ben definita, che ha come centro Gerusalemme: nel Vangelo tutto tende a Gerusalemme (la vita di Gesù è un viaggio dalla Galilea a Gerusalemme); negli Atti tutto parte da Gerusalemme (da qui ha inizio l’annuncio del vangelo che ha come termine gli “estremi confini del mondo”). L’autore, grande viaggiatore e curioso cercatore, quasi certamente affiancato da una équipe, dopo aver raccolto una grande quantità di dati relativi agli inizi dell’avventura cristiana (testi scritti e testimonianze raccolte dalla viva voce dei protagonisti), ha fatto una selezione, riportando nel suo testo quelli ritenuti più significativi, per spiegare il significato degli eventi e li ha armonizzati tra loro al punto da far sparire le differenza delle fonti. Ovviamente ha fatto delle scelte, alcune legate alla sua sensibilità, altre dovute alla disponibilità di informazioni. Alcuni esempi.

  1. L’autore ha però concentrato il suo racconto sulla diffusione cristiana in Medio Oriente, Asia Minore, Grecia e Italia, ignorando la cristianità egiziana e tutta l’area orientale. In senso geografico, possiamo dire che la ricerca lucana segue la direzione Nord-Ovest, tralasciando la linea Sud-Est. Grazie a lui abbiamo un’informazione eccellente degli inizi dell’avventura cristiana nell’area Nord del Mediterraneo. Purtroppo non sappiamo quasi nulla della diffusione del cristianesimo in Oriente e soprattutto in Africa, dove, a partire dal II secolo, è ricco e fiorente al punto da rivaleggiare con la Cappadocia e Roma. Dal Nord Africa arriveranno straordinari teologi come Tertulliano e S. Agostino.
  2. L’attenzione di Luca si concentra su Gerusalemme e lascia in ombra il gruppo dei discepoli della Galilea. Noi sappiamo che l’attività di Gesù si era svolta prevalentemente in Galilea e da qui proveniva il numero maggiore di discepoli. Molti di questi discepoli che avevano seguito Gesù a Gerusalemme per le feste pasquali, terminate le feste, avevano fatto ritorno in Galilea, tanto più velocemente vista la fine di Gesù. Secondo il IV Vangelo fu in Galilea che il movimento di Gesù si ricompattò attorno a Pietro (Gv 21). A Gerusalemme erano rimasti i discepoli della Giudea e, forse i “parenti” di Gesù, con sua madre. Solo di questa comunità, nella prima parte degli Atti, si raccontano le vicende.
  3. Sotto l’influenza della sensibilità e dell’attività di Paolo l’attenzione di Luca si concentra sulle città, mentre Gesù aveva privilegiato come luogo di annuncio i piccoli villaggi di campagna.
  4. Il movimento di Gesù nacque plurale: comprendeva diversi gruppi, con sensibilità diverse, in competizione tra loro. Luca fa di tutto per far passare in secondo piano queste differenze, anche se non riesce a nasconderle del tutto: pensiamo alla differenza tra Giudaizzanti ed Ellenisti (tra coloro che ritenevano che i battezzati dovessero continuare a rispettare tutte le norme giudaiche e coloro che proponevano di coniugare la tradizione giudaica con la cultura greca), tra quanti teorizzavano la pratica della comunione totale dei beni e quanti facevano fatica a rinunciare alla proprietà privata, tra quanti pensavano che l’annuncio dovesse essere riservato ai Giudei e quanti pensavano possibile l’apertura ai pagani.
  5. Il Cristianesimo delle origini fu policentrico, tanto che, nel Nuovo Testamento, possiamo individuare almeno quattro modelli di Chiesa:
    • La Chiesa di Gerusalemme: la gerarchia al servizio della dottrina e della carità. Questa comunità faceva riferimento prima a Pietro, poi a Giacomo come guida e punto di forza. È una comunità in cui i ruoli sono gerarchicamente definiti: Pietro, i dodici, i discepoli, i diaconi, i battezzati. Ognuno ha compiti via via meglio definiti. Questo è il modello di Chiesa che si è realizzato nel mondo cattolico, e che ha raggiunto l’apice con il Concilio di Trento. L’elemento di forza di questo modello di chiesa è la chiarezza dottrinale, la difesa del patrimonio di verità di fede ricevuto da Gesù. Lo stesso Paolo, molto libero dal punto di vista organizzativo, non esiterà a ricorrere all’arbitrato della Chiesa di Gerusalemme.
    • Le Chiese di Paolo: tra autonomia organizzativa e primato dell’evangelizzazione. Le comunità fondate e dirette da Paolo si caratterizzano per la loro autonomia organizzativa. La preoccupazione fondamentale dell’apostolo, era di fondare comunità capaci di camminare con le proprie gambe, con la gerarchia scelta al proprio interno, tra persone fidate. Paolo sceglieva personalmente i leaders delle sue comunità e nella I Tim. (3,2-7) troviamo i criteri di scelta dei presbiteri e dei vescovi. Tra questi non figura il celibato. Quando però affioravano questioni dottrinali, il riferimento a Cristo e alla sua dottrina diventavano fondanti. Paolo in persona si assume l’onere di chiarire i dubbi e risolvere i problemi attraverso le sue lettere. Quando però non se la sentiva di prendere da solo una decisione (quella se ammettere o no al battesimo e quindi alla comunità cristiana i non ebrei), si confrontava con la comunità di Gerusalemme, in un’Assemblea-Concilio appositamente convocato. L’altro elemento che caratterizzava le comunità paoline, sulla scia del fondatore era il primato dell’evangelizzazione: “Guai a me se non evangelizzassi”.
    • Le comunità di Giovanni: il primato della carità e della testimonianza. “Da questo conosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. San Giovanni sia nel vangelo che nelle lettere metteva in primo piano la carità e la testimonianza. Erano questi i canali privilegiati della diffusione del vangelo. È uno stile di vita che nella Chiesa ha trovato sempre proseliti. Già nella comunità primitiva l’amore tra i credenti era motivo di ammirazione e di richiamo, come sottolineato da una lettera di Giuliano l’apostata, imperatore pagano, che rimprovera i suoi di non essere all’altezza nell’attenzione ai poveri e ai diseredati, favorendo in tal modo la diffusione del nuovo culto. Nei secoli a seguire, periodicamente è riaffiorato questo spirito. Da San Francesco a Charles de Foucauld a Madre Teresa di Calcutta l’invito costante è stato a “gridare il vangelo con la vita”.
    • Le comunità di Giacomo: primato delle opere e lotta per la giustizia. Non ci sono notizie di queste comunità nel Nuovo Testamento, ma c’è un documento importantissimo: la sua lettera, dai toni forti ed inequivocabili nell’indicare il primato delle opere e l’essenzialità della lotta per la giustizia. Anche questa sensibilità trova accenti importanti nella storia della Chiesa: pensiamo ai monaci benedettini con il loro lavoro silenzioso ed efficace, fino ai preti operai e alle Teologie della liberazione. L’autore degli Atti ha puntato la sua attenzione sulla prima forma di comunità, tralasciando le altre.
Struttura del libro.

Una divisione classica lo suddivide in due parti: la prima dedicata alla missione presso i giudei (1,1-15,35), la seconda consacrata alla missione presso i gentili (15,36-28,31). Questa struttura assegna all’assemblea di Gerusalemme (At 15,1-35) un ruolo di cerniera che essa non ha. Se consideriamo il passaggio dall’annuncio ai giudei all’annuncio ai pagani è più decisivo l’incontro di Pietro con Cornelio (10,1-11,18): il “Concilio” di Gerusalemme non farà altro che ratificare la sua scelta, oltreché quella di Paolo e Barnaba. Per questo, oggi si preferisce seguire l’itinerario geografico, da Gerusalemme ai confini del mondo. Dopo il Prologo, l’Ascensione di Gesù e l’invio degli apostoli, possiamo individuare cinque tappe, ognuna delle quali caratterizzata da un luogo, una tematica e dai personaggi principali.

  1. Gerusalemme: la comunità con i dodici apostoli (1,15-8,3). La ricostituzione del gruppo dei Dodici. La Pentecoste e l’emergere di Pietro. Vicende interne della comunità. Il martirio di Stefano e la crisi.
  2. Da Gerusalemme ad Antiochia (8,4-12,25). Lo scenario geografico si allarga alla Samaria, a Damasco (terre di eretici e pagani!) dove avviene l’incontro-conversione di Paolo.
  3. Primo viaggio missionario a Cipro e in Asia Minore (Antiochia di Pisidia) (13,1-15,35). Successo della missione e problemi, discussi nell’assemblea di Gerusalemme.
  4. Paolo missionario (15,36-21,14). L’annuncio del vangelo varca i confini dell’Asia e arriva all’Europa, in Macedonia e in Grecia, toccando le principali città: Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso.
  5. Da Gerusalemme a Roma (21,15-28,31). Il protagonista principale è ancora Paolo, prigioniero, condotto a Roma per essere sottoposto a giudizio.

L’abilità narrativa di Luca.

Alla fine di ogni tappa c’è un episodio che fa da transizione, favorendo il passaggio alla tappa successiva: il martirio di Stefano fa capire che l’ambiente di Gerusalemme non è più così salubre e che è opportuno “cambiare aria”; la liberazione miracolosa di Pietro e la morte del tiranno Erode (12,1-25) prefigurano la nascita del nuovo popolo di Dio, composto da giudei e pagani; il passaggio dalla terza alla quarta tappa è sancito dagli accordi di Gerusalemme (15,1-35); quello dalla quarta alla quinta dal discorso di addio di Paolo agli anziani di Efeso (20,13-38).

Luca è formidabile nel tenere desta l’attenzione del lettore. Sembra seguire alla lettera le indicazioni dello scrittore latino Orazio: “Ottiene grandi risultati chi mescola l’utile al dilettevole, seduce il lettore mentre lo istruisce”. Anziché stancare il lettore con noiose analisi espone il problema in una scena emblematica: ad esempio la crisi tra giudei ed ellenisti si concentra nella scena dell’elezione dei diaconi. Introduce brevi sommari per indicare l’evolversi della situazione (2,42-47; 4,32-35; 5,12-16; 6,7…) e ripete alcuni scenari: pensiamo alla predicazione di Paolo: annuncio nella sinagoga, rifiuto e/o adesione di pochi, annuncio ai pagani. I fatti più rilevanti vengono raccontati più volte, in versioni diverse: tre racconti della conversione di Paolo e due del battesimo di Cornelio!

Altro elemento indicativo dell’abilità narrativa di Luca è il procedimento della syncrisis: modellare un personaggio sull’altro. Questo vale per Gesù-Pietro-Paolo. Ad esempio, alcuni commentatori hanno fatto di Luca l’inventore della “par condicio” per l’abilità di destreggiarsi tra Pietro e Paolo:

I discorsi

occupano un terzo del libro: ci sono 8 discorsi di Pietro, 9 di Paolo, 1 di Stefano, Giacomo, Gamaliele. Certamente non sono trascrizioni delle parole pronunciate dai protagonisti, ma sono opera di Luca. Era un esercizio tipico delle scuole di retorica, in cui gli alunni si esercitavano parlando “alla maniera di”. Egli segue la linea di Tucidide – “Ogni personaggio parla così come sembrava a me che dovesse parlare!” – e attraverso i discorsi offre la sua interpretazione degli eventi narrati, la sua teologia, così come Tucidide trasmetteva la sua filosofia della storia. A questo riguardo, c’è una profonda differenza tra il modo di scrivere storia degli ebrei e dei greci: la storia greca è illuminante (cerca di gettare luce sugli eventi); la storia ebraica è confessante (è espressione della fede nel Dio che governa il mondo e guida la storia). Nel caso di Luca, la sua è una storia per insiders, per persone che già credono e che hanno bisogno di rafforzare le loro convinzioni. Ecco perché la lettura-meditazione degli Atti può essere un testo ottimale per le nostre comunità.

Filosofia di vita, ecclesiologia e teologia della storia degli Atti.

Mentre racconta gli inizi dell’avventura cristiana, Luca offre dunque anche una interpretazione degli eventi. Ecco la sua visione generale della vita e della storia.

La “forza” che muove la storia è lo Spirito

come ispiratore della chiesa e spinta alla testimonianza, come fonte di coraggio nelle scelte. Lo Spirito non è uno strumento nelle mani della chiesa, ma colui che cammina davanti alla chiesa e la induce a fare scelte nuove (cfr At 10,19.44: lo Spirito che scende sui pagani che ascoltano Pietro e lo induce ad amministrare loro il battesimo).

Protagonista è la Parola:

portata da testimoni, scelti da Dio (10,41), istruiti e inviati dal Risorto (1,8; 26,22), ma semplici servitori della Parola (6,4), al punto che questa sopravvive alla loro morte e prosegue il suo corso, da Gerusalemme a Roma, fino agli estremi confini del mondo. È la Parola che genera la chiesa, molto prima dei sacramenti.

Nella comunità primitiva non mancano difficoltà e problemi.

L’irenismo dei sommari – “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola, Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” (At 4,32) – è clamorosamente smentito dagli eventi raccontati prima e dopo: la difficoltà nella distribuzione del cibo, con persone trascurate, il tentativo di Anania e Saffira di trattenere per sé una parte del ricavato dalla vendita. Anche l’annotazione “Tutti godevano di grande favore” (4,33) cozza contro la notizia immediatamente successiva dell’inizio delle persecuzioni.

Come opera lo Spirito in un contesto del genere?

Secondo la logica: “Lascia o raddoppia?”. Ogni volta che si presenta una difficoltà la comunità si trova davanti a questa alternativa: o lasciar perdere o rilanciare l’azione andando oltre l’ostacolo. La comunità cristiana, sotto la spinta dello Spirito, non “lascia” mai; sceglie sempre il raddoppio, il rilancio. Si crea così l’effetto-diga: l’ostacolo, lungi dal bloccare l’azione, trasforma l’energia potenzialmente distruttiva in forza positiva (come l’acqua canalizzata che diventa produttrice di energia elettrica!). Nel mezzo della persecuzione lo Spirito ispira alla chiesa le scelte giuste e nuove. Vediamo alcuni esempi:

L’interpretazione di questi fatti

è molto chiara: le difficoltà e gli ostacoli fanno parte della vita; non si possono evitare. All’uomo spetta la decisione se fermarsi e tornare indietro o se affrontarli in modo creativo: in questa direzione spinge lo Spirito. Chi sceglie coraggiosamente questa alternativa trova anche le energie per portare avanti i suoi propositi. Questa visione agonica e positiva della vita è una delle eredità più preziose che Luca ha lasciato alla chiesa.

Atti degli apostoli. Scheda 1

Guida alla lettura-meditazione

Inizia il tempo della Chiesa (At 1,1-14)

Questi versetti rappresentano una vera e propria introduzione; riassumono il precedente testo del vangelo e prospettano la finalità di questa seconda parte. Cominciamo a leggere il testo, individuando lo schema:

Il centro del discorso, verso cui tutto il testo converge è la promessa di inviare lo Spirito Santo, che abiliterà i discepoli a diventare a loro volta missionari, testimoniando il vangelo fino agli estremi confini della terra. Nei primi 8 versetti viene menzionato tre volte lo Spirito Santo, per preparare il lettore alla Pentecoste e quasi ad indicare chi sarà il protagonista del racconto.

L’Ascensione,

un evento che ha assunto grande rilevanza nella pietà popolare e nell’arte, nel testo ha lo spazio di un versetto: esattamente come nel vangelo: Lc 24,51! Richiama chiaramente le pagine dei vangeli in cui si dice che Gesù risorto aveva la capacità di apparire anche a porte chiuse (Gv 20,19) e di scomparire (Lc 24,31). Il racconto lucano è unico nel suo genere: solo lui narra di questo tempo di 40 giorni che separa la risurrezione dall’ascensione. Gli altri vangeli terminano con la risurrezione: Mc. 16,19 non compare nei manoscritti più antichi, quindi è una appendice successiva; secondo Giovanni, Gesù ascende al Padre il giorno stesso della risurrezione, dopo aver donato lo Spirito Santo.

Che senso ha questo racconto di Luca, che oggi, alla luce della visione del mondo fornitaci dalla scienza ci mette molto in difficoltà? Dov’è questo “cielo” dove è stato assunto Gesù? L’astrofisica ci insegna che i confini del cosmo fisico distano da noi miliardi di anni luce! Anche in questo caso va ribadito quanto affermato già da Galilei, che la Scrittura non ci dice come è fatto il cielo, ma come raggiungere la salvezza. Luca, da storico, ha scelto di visualizzare una verità di fede – il ritorno alla vita e l’esaltazione del Risorto – con due scene narrative, senza peraltro preoccuparsi di armonizzarle. È diverso addirittura il luogo in cui l’evento avviene: Betania secondo il vangelo (Lc 24,50), il monte degli Ulivi secondo gli Atti (1,12)! Cambia anche il punto di vista: in Lc 24 è quello di chi se ne va; in At 1 è quello di coloro che restano.

Mentre la risurrezione da morte è una novità assoluta, già nell’A.T. si trovano parecchie scene di “ascensione-esaltazione” di personaggi pii: Enoch (Gn 5,24), Elia (2 Re 2), ma anche Baruch, Esdra. Qui l’attenzione si concentra sull’interpretazione dell’evento. La vicenda di Gesù aveva fin dall’inizio come meta finale l’ingresso in “cielo”, ossia nel mondo divino. Tutto questo viene spiegato dai due uomini in bianche vesti: figura angeliche che ricordano la scena della tomba vuota (Lc 24,4) e hanno la stessa funzione di far notare ai discepoli che stanno cercando nel posto sbagliato: “Perché cercate il Vivente tra i morti?”, “Perché state a guardare il cielo?”. Questo particolare è l’unico elemento coreografico: per il resto il racconto è estremamente sobrio ed essenziale. È quasi un invito ad andare oltre il realismo del racconto con un atto di fede: questo uomo ha raggiunto il mondo divino!

Spunti per l’attualizzazione.

L’inizio degli Atti evidenzia il legame tra il Cristo e la Chiesa e le caratteristiche del tempo della Chiesa.

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