Sommario
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Mons. Marco Brunetti

Vescovo della Diocesi di Alba

Lettera pastorale

Gesù cammina con noi

Copertina e illustrazioni: ciclo pittorico dedicato ai Pellegrini di Emmaus nella chiesa della Risurrezione a Torre de’ Roveri (Bg),
pubblicato per gentile concessione di Arcabas (Jean Marie Pirot).
Progetto grafico e impaginazione: Enrico Castagna
Copyright: Diocesi di Alba
Finito di stampare nel mese di marzo 2018
presso l’Azienda Grafica
l’artigiana srl - Alba (CN)


Sommario

Introduzione

I PARTE

I discepoli di Emmaus «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro» «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» «L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» «Partirono senza indugio»

II PARTE

Indicazioni pastorali, orientamenti e norme per la nostra Chiesa diocesana Un improrogabile rinnovamento ecclesiale Un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale La parrocchia L’unità pastorale La vicaria Una Chiesa in uscita, con le porte aperte

III PARTE

Percorsi di Chiesa in cammino con Gesù per il futuro Affidamento alla beata Vergine del buon consiglio

Introduzione

Carissimi fedeli tutti dell’amata Chiesa che è in Alba;

carissimi fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane o appartenenti ad altre fedi;

carissimi voi tutti, persone di buona volontà, credenti e non credenti,

mi rivolgo a voi, dopo due anni dalla mia nomina

a vostro vescovo, con questa semplice Lettera pastorale,

dal titolo: Gesù cammina con noi.

In questo periodo ho avuto modo di incontrare ripetutamente i sacerdoti, i diaconi, i religiosi

e le religiose della nostra Chiesa e, ovviamente, le tante comunità parrocchiali e le diverse realtà associative e sociali presenti sul nostro territorio diocesano.

Nel corso di queste visite ho scoperto una Chiesa ricca di storia, con un passato veramente ammirevole, grazie alla presenza di tanti vescovi, miei predecessori, sacerdoti e laici che hanno saputo testimoniare la fede in Gesù Cristo in diversi modi, dentro e fuori i confini della nostra Diocesi.

La Chiesa di Alba che ho incontrato in questi mesi mi è parsa altresì ricca di tanti talenti e doni del Signore;

mi riferisco soprattutto all’impegno inflessibile e zelante dei diversi sacerdoti e dei moltissimi laici che, a diverso titolo, si impegnano quotidianamente nel servizio al Signore e alla sua Chiesa.

Certamente non mancano gli affanni e le difficoltà, dovuti al fatto che vengono meno determinate sicurezze di un tempo e da ciò si percepisce che stiamo vivendo un importante momento di passaggio, un vero e proprio esodo verso una nuova forma di Chiesa.

Vorrei con questo mio scritto fare una sintesi di quanto ho vissuto in questi mesi e, come pastore, padre e amico, dare qualche indicazione sul futuro della nostra Diocesi, affinché nessuno si scoraggi e tutti quanti si sentano uniti nell’unico popolo di Dio.

Ho scelto come icona biblica il racconto del Vangelo di Luca dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).

Vedo la nostra Chiesa come un popolo in cammino e, soprattutto, mi riempie di gioia e di speranza la certezza che Gesù cammina a fianco a noi, così come camminava accanto ai due discepoli che da Gerusalemme si recavano intristiti verso Emmaus.

Nel brano evangelico che cercherò di commentare nella prima parte di questa Lettera, sono riconoscibili gli elementi che ritengo fondamentali per una vita autentica di fede; essi includono la presenza di Gesù risorto, centro della fede cristiana, l’annuncio della Parola, che è la natura stessa della Chiesa, lo spezzare del pane, sostegno spirituale che ci viene dalla grazia dei sacramenti, la condivisione e la fraternità e, infine, la missione gioiosa che deve caratterizzare la vita di ogni battezzato.

Nell’approfondire questo testo ho preso come riferimento costante l’esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii Gaudium, e il Libro sinodale della nostra Diocesi albese che, in questo anno 2018, compirà 20 anni dalla sua pubblicazione.

A suggerirmi la scelta dell’esortazione apostolica è stato lo stesso Santo Padre che, ai vescovi riuniti al convegno ecclesiale di Firenze, disse:

«Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni:

in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni Regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, soprattutto sulle tre-quattro priorità che avete individuato in questo convegno».

Il Libro sinodale, invece, mi pare un testo fondamentale che rimane un punto di riferimento imprescindibile per il cammino della nostra Chiesa,

in quanto frutto di un grande lavoro sinodale, le cui indicazioni mantengono sostanzialmente tutta la loro validità anche oggi.

La seconda parte della Lettera, come già scritto, cercherà invece di offrire alcuni orientamenti per il futuro della nostra Diocesi con l’unico fine di realizzare tutti insieme quel progetto di Chiesa che lo Spirito Santo ci suggerisce.

Le indicazioni sono frutto di un cammino già in atto da anni, preparate sia dai miei predecessori, sia dalle riflessioni che abbiamo portato avanti in diverse occasioni:

durante il Consiglio presbiterale, durante il Consiglio pastorale diocesano e in tanti altri incontri e dialoghi fraterni.

Gesù cammina con noi e questo ci rende sereni e fiduciosi, certi che lui non abbandonerà mai la sua Chiesa.

Continuiamo pertanto questo cammino, tenendo conto del percorso che abbiamo già effettuato, soprattutto in questi ultimi vent’anni, per essere aperti a intraprendere le nuove vie che lo Spirito ci suggerirà, senza rimpianti per il passato, ma con grande speranza verso il futuro.

Unitamente all’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (Eg) e al Libro sinodale (Ls), che rimangono

i testi fondamentali di riferimento e di approfondimento

di questa Lettera pastorale, auspico infine

che quest’ultima diventi oggetto di lettura

e di confronto in tutte le realtà presenti nella Diocesi:

gli organismi diocesani, le vicarie, le unità pastorali,

le parrocchie, le associazioni, i movimenti e i gruppi,

in modo tale che tutta la Chiesa che è in Alba cammini

insieme, avendo come guida lo stesso Gesù, che duemila

anni fa, incontrando i discepoli di Emmaus,

«si avvicinò e camminava con loro» (Lc 24,15).

† Marco Brunetti, vescovo

Alba, 13 marzo 2018,

nel secondo anniversario

dell’ordinazione episcopale

e inizio del ministero pastorale

nella Diocesi

PRIMA PARTE

I discepoli di Emmaus

(Lc 24,13-35)

13Ed ecco, in quello stesso giorno, il primo della settimana, due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.

15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.

16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi

che state facendo tra voi lungo il cammino?».

Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose:

«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?».

19Domandò loro: «Che cosa?».

Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.

21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.

22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.

24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!

26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.

29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».

Egli entrò per rimanere con loro.

30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.

31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.

Ma egli sparì dalla loro vista.

32Ed essi dissero l’un l’altro:

«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».

35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

«Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro»

(Lc 24,15)

Come nell’itinerario dei due discepoli di Emmaus, così Gesù cammina con noi.

I sentimenti dei due viandanti sono anche i nostri.

«Conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto» (v 14): le parole che si scambiano i due discepoli nel tragitto sono vuote; essi non si aprono alla Parola e alla forza dell’annuncio del Vangelo ed è per questo che il loro volto diventa triste (cf v 17).

Anche la Chiesa può cadere in questa tristezza, che papa Francesco definisce “accidia pastorale”; essa si manifesta sia come eccesso di attività, sia come stanchezza e demotivazione (cf Eg 82).

Il nostro Libro sinodale osserva che molti «hanno l’impressione di correre senza meta, di riempirsi di cose che risultano vuote» (Ls 3).

Quali sono le cause?

«Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare.

Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo.

Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità.

Altri per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone» (Eg 82). Alla radice dell’accidia e della tristezza c’è una mancanza: non sentirsi amati.

Quando, però, ci si accorge che Dio ci ama, ha cura di noi e ci è vicino, dalla tristezza accidiosa e disperata si passa alla speranza che viene dall’amore di un Padre che si prende cura di tutti i suoi figli.

È lo stile di Gesù verso i due discepoli: «in persona si avvicinò e camminava con loro» (v 15b).

Gesù non li giudica, percorre la loro stessa strada e, invece di innalzare un muro, apre una nuova breccia.

Lentamente trasforma il loro scoraggiamento, fa ardere il loro cuore e apre i loro occhi, annunciando la Parola e spezzando il Pane.

Allo stesso modo, il cristiano non porta da solo l’impegno della missione, ma sperimenta, anche nelle fatiche e nelle incomprensioni, «che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario» (Eg 266).

È un compito ecclesiale che domanda un accompagnamento: «In questa ricerca può e deve inserirsi la nostra Chiesa, per offrire agli uomini del nostro tempo l’orientamento e la guida che deriva dalla sapienza del Vangelo» (Ls 5). Gesù cammina con i discepoli che si sentono incontrati da lui.

Se l’“accidia pastorale” è il risultato del non saper gustare la bellezza dell’incontro con il Signore a causa dell’eccessiva preoccupazione di sé stessi, la sua guarigione consiste nel fare esperienza del Signore che si interessa di ciascuno dei suoi figli.

Nella vita della Chiesa, poi, l’incontro con Gesù deve portare ciascun cristiano a vedere il suo volto nel volto di chi ci sta accanto.

Pertanto «è necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori.

Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste.

È anche imparare a soffrire in un abbraccio con Gesù crocifisso quando subiamo aggressioni ingiuste o ingratitudini, senza stancarci mai di scegliere la fraternità» (Eg 91). La Chiesa risuona di questa gioiosa fiducia, espressa nel dono della fraternità, fatto fruttificare a partire dalla volontà illuminata e nutrita costantemente dalla parola di Dio che purifica i pensieri, il giudizio e la memoria.

Siamo così abilitati nelle parole, come nelle scelte, a essere veramente fratelli, riproponendo così nelle nostre vite il modo di agire e lo stile di Gesù che cammina con noi.

«E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»

(Lc 24,27)

Gesù si è avvicinato ai due discepoli in cammino ponendo loro una domanda: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo?» (v 17).

Poi ha ascoltato in silenzio il loro racconto: l’incomprensione della croce (cf vv 20-22).

Successivamente prenderà la parola per rimproverarli: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti» (v 25).

I due discepoli sono stolti perché non hanno riconosciuto il mistero di Dio nella croce, non hanno compreso il suo disegno salvifico.

Come l’uomo stolto della parabola si è costruito degli ampi magazzini senza fare i conti con la morte (cf Lc 12,16-21), così i discepoli, seppur religiosi e buoni, fanno i loro conti senza la croce.

A questo punto Gesù aiuta i discepoli a comprendere ciò che era per loro incomprensibile: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v 27).

Gesù è il vero esegeta che sa interpretare teologicamente le Scritture e lo farà con la sua Chiesa inviando successivamente il suo Spirito. Dimostrare che la passione è conforme alle Scritture è indispensabile per superare lo scandalo della cro13ce e rendersi disponibili a credere nella realtà della risurrezione.

Gesù si assume personalmente questo compito.

La crocifissione non ha interrotto la relazione con Gesù, come i due discepoli lasciano intendere; è questa la cecità che impedisce loro di credere.

Tutta la catechesi che Gesù rivolge loro non ha altro scopo che quello di capovolgere il loro sguardo.

Non è lui che deve cambiare il volto perché lo possano riconoscere, ma è il loro modo di interpretare la storia che deve capovolgersi.

Infatti, il gesto che apre gli occhi dei discepoli è proprio la frazione del pane (v 31) che riporta la memoria alla cena, alla vita donata e quindi alla croce, che di quella dedizione è il compimento.

La Parola, come presenza di Gesù, illumina e guida la vita cristiana soltanto se vissuta nella prospettiva della donazione, del sapersi spendere per Dio e per i fratelli.

Ciò che porta frutto passa solo attraverso la via della croce.

Pertanto, possiamo avvicinarci alla parola di Dio soltanto ponendoci queste domande: che cosa mi dice questo brano del Vangelo? Che cosa mi dona? Che cosa mi chiede? Questi interrogativi sono propri della lectio divina, «che consiste nella lettura della parola di Dio all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e rinnovarci» (Eg 152). Una conferma del giusto rapporto con la parola di Dio è la concretezza.

Biblicamente si tratta dell’armonia tra ascolto, decisione e azione; è l’equilibrio tra orecchio e occhio, cuore e mani.

Se rileggiamo in questa prospettiva il brano dei due discepoli di Emmaus, ci accorgiamo della loro concretezza: ascoltano Gesù e lo riscoprono in modo nuovo, si decidono per lui e agiscono diventando annunciatori della sua Parola.

Chi ascolta la parola di Dio si decide in base a quello che ha ascoltato e fa quello che ha deciso.

L’esistenza umana diventa così unitaria e concreta.

14Il Sinodo diocesano aveva avvertito questa concretezza che richiede continua vigilanza: «Perché si riesca a superare quel grave dramma odierno che è la frattura tra la fede e la vita, occorre riscoprire la vera finalità dell’azione evangelizzatrice, di tutta l’attività catechistica, che consiste primariamente nel far incontrare e conoscere Gesù Cristo al fine di “educare al suo pensiero, a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come insegna lui”» (Ls 14).

La concretezza di fronte alla parola di Dio si esprime nella vita morale: la fede è verificata nella vita, in quanto incontro vivo con la persona di Gesù nella storia.

Si prendono così le distanze da due estremi: un cristianesimo disincarnato, dove la risposta a Cristo non si traduce nella pratica dell’agire, oppure un eccessivo moralismo, i cui principi sono separati da Cristo stesso.

«L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane»

(Lc 24,35)
Giunti nelle vicinanze di Emmaus, Gesù accenna a proseguire, ma i due discepoli lo invitano con forza a rimanere in loro compagnia.

Successivamente Gesù, seduto a tavola, compie quattro importanti gesti: prende il pane, dice la benedizione, lo spezza e lo distribuisce.

«Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (v 31).

Queste azioni di Gesù riconducono la memoria all’ultima cena, nel corso della quale il pane spezzato diventa simbolo della vita stessa di Gesù che viene offerta a tutti gli uomini sulla croce.

Al tempo stesso questa icona del cenacolo è l’immagine stessa della vita della Chiesa, fin dal tempo in cui i cristiani hanno iniziato a spezzare il pane (cf At 2,46).

«La Chiesa in cammino nel tempo trova la sua icona nella celebrazione eucari15161718stica, culmine e fonte della vita della Chiesa stessa» (Ls 38).

Spezzare il pane e condividerlo significherà, per i discepoli di Cristo, impostare la propria vita servendo per primi, senza pretendere, senza reclamare e senza lamentarsi, perché l’Amore è più grande ed è quel pane a renderlo presente, diventando impegno di vita vissuta. Se Gesù dona il pane della sua obbedienza e del suo amore al Padre, anche noi, per accogliere questo mirabile dono, siamo invitati a spezzare noi stessi, cioè a deporre ogni rigidezza davanti a Dio e ai fratelli.

Essere comunità eucaristica significa abbandonarsi insieme, come una cosa sola, alla volontà del Padre.

È questo il dono che è necessario cogliere per noi stessi, per diventare concretamente segno nella comunità dei fratelli e a favore del mondo intero. Nella comunità eucaristica, infatti, non si realizza soltanto l’aspetto verticale della comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, ma si realizza contemporaneamente anche quello orizzontale, cioè la comunione con i fratelli.

Il Cristo che ci raggiunge nella comunità eucaristica è lo stesso Cristo indiviso che va al fratello; Gesù ci lega gli uni gli altri, nel momento in cui ci lega tutti a sé. Sant’Agostino, in un suo Sermone, ci ricorda che non si può avere un pane se i chicchi che lo compongono non sono stati prima macinati (cf Sermo Denis 6; PL 46, 834).

Per essere dono non c’è niente di più efficace che la carità fraterna: sopportarsi gli uni gli altri, nonostante le differenze di carattere, di vedute, di sensibilità. Una comunità eucaristica diventa riconoscente quando adotta alcuni atteggiamenti che esprimono accoglienza; essi sono: Gratuità.

La gratuità è il segno rivelatore dell’amore di Dio in Gesù, pane spezzato.

Pertanto, la Chiesa, se vuole ridisegnare la figura dell’amore di Dio apparso in Gesù Cristo, dovrà improntare alla gratuità tutte le forme di 19servizio all’uomo: l’universalità di un messaggio che è per tutti, la predilezione per gli ultimi, il primato della verità in ogni situazione.

Per questo «la Chiesa è chiamata a essere sempre la casa aperta del Padre» (Eg 47). Concretezza.

L’amore di Dio non sopporta di restare semplice intenzione e parola, ma si fa sempre gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede.

La concretezza dell’amore di Dio non è il semplice aiuto, ma l’accoglienza.

Gesù non ha mai voluto soltanto soddisfare dei bisogni, ma si è preso cura della vita e della salvezza di tutte le persone.

La differenza è grande: l’aiuto raggiunge i bisogni, l’accoglienza raggiunge la persona.

«La parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana» (Eg 174). Trasparenza.

Il modello del nostro amore è il Vangelo, a patto che lasci trasparire quello di Dio, perché gli uomini, lo sappiano o no, tendono per natura all’amore di Dio.

Pertanto «occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività» (Eg 262).

«Partirono senza indugio»

(Lc 24,33)

Dopo il riconoscimento del Risorto, pieni di gioia, i due discepoli corrono “senza indugio” (v. 33) a raccontare l’accaduto.

La notizia è urgente e la gioia li fa correre.

È una notizia che non si può tenere per sé.

Ma il Risorto li ha preceduti ed è già apparso a Pietro.

È il momento della missione: il Cristo risorto si è consegnato ai discepoli ed essi ne divengono testimoni (cf Lc 24,48).

Le notizie di cui gli Undici sono testimoni sono gli eventi della vita di Gesù, in partico20lare la sua croce e la sua risurrezione.

Sono realtà che gli Undici hanno personalmente visto, in grado perciò di testimoniarle.

Non lo hanno fatto nel processo a Gesù, perché sopraffatti dalla paura e dal dubbio.

Ma possono farlo ora, nel processo tra Cristo e il mondo. La testimonianza esige una piena disponibilità al dono di sé nella missione, fino al martirio. In tale prospettiva cogliamo l’invito di papa Francesco a essere “Chiesa in uscita” (cf Eg 24).

La Chiesa in uscita è una Chiesa missionaria, che evita la malattia spirituale dell’autoreferenzialità; non si chiude in sé stessa, nella parrocchia, nella cerchia di chi la pensa allo stesso modo, ma si apre all’incontro con gli altri, anche con chi la pensa diversamente o professa un’altra fede (Francesco, Discorso, 18 marzo 2013).

È una comunità di discepoli che prendono l’iniziativa per andare incontro ai “lontani”, per intercettare ai crocicchi delle strade gli “esclusi”, per accorciare le distanze con la gente (cf Eg 24 ).

In essa tutto viene pensato in chiave di missione: non si tratta di aspettare che la gente venga, ma bisogna andare a cercarla laddove vive per ascoltarla, benedirla e camminare insieme, cogliendone l’odore, fino a restare impregnati delle sue gioie e delle sue speranze, delle sue tristezze e delle sue angosce (Francesco, Messaggio alla Fuci, 14 ottobre 2014). La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale (cf Eg 174) e che lo studio della Sacra Scrittura sia una porta aperta a tutti i credenti.

È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. I cristiani e la comunità sono chiamati a essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pie2122namente nella società.

Ciò suppone che siano docili e attenti ad ascoltare il loro grido e soccorrerli (cf Eg 187 ).

C’è un segno che non deve mai mancare tra i cristiani: l’attenzione agli ultimi, a quelli che la società scarta e getta via (cf Eg 195), una Chiesa povera e per i poveri (cf Eg 198), che pratica una volontaria semplicità nella propria vita per abbattere ogni muro di separazione, soprattutto dai poveri (Francesco, Udienza, 3 giugno 2015). La Chiesa in uscita è la comunità che si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania.

Per testimoniare Gesù Cristo è pronta al martirio.

Il suo sogno, però, non è quello di circondarsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice (cf Eg 24).

Nella Chiesa in uscita l’identità cristiana non è né occultata (cf Eg 79), né ostentata (cf Eg 95), ma testimoniata in modo sempre rispettoso e gentile (cf Eg 128 ).

All’atteggiamento del nemico che punta il dito e condanna, o del principe che guarda gli altri in modo sprezzante (cf Eg 271 ) viene preferito uno stile fraterno che diventa attraente e luminoso (cf Eg 99) agli occhi di tutti, in quanto in grado di illuminare e benedire, vivificare e sollevare, guarire e liberare (cf Eg 273). Il Libro sinodale (Ls) ci invitava a riscoprire il cuore della missione che attraversa e trascende ogni periodo storico: «La missione è affidata alla Chiesa.

La sua attuazione dipende innanzitutto dall’unione di amore che esisterà tra i cristiani, riflesso della comunione divina.

Comunione ecclesiale e missione sono dunque strettamente unite» (Ls 90). È per questo motivo che ogni cristiano, in virtù del Battesimo, deve farsi discepolo-missionario: «Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che sia23mo sempre “discepoli-missionari”.

Se non siamo convinti di ciò, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente, dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, sono corsi a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41).

Anche la Samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, è divenuta missionaria e, grazie a lei, molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Infine san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, ha subito annunciato “che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20).

E noi che cosa aspettiamo?».

(Eg120). I discepoli di Emmaus in tutti i passaggi che abbiamo presentato diventano per tutti noi un esempio e un aiuto nel cammino della nostra Chiesa in questo tempo di passaggio, che guarda al futuro con speranza.

SECONDA PARTE

Indicazioni pastorali orientamenti e norme per la nostra Chiesa diocesana

Un improrogabile rinnovamento ecclesiale

Rinnoviamo la nostra vita ecclesiale era già il titolo di una Lettera pastorale del mio carissimo predecessore – il vescovo emerito, monsignor Sebastiano Dho – il quale negli anni 1994-1995, rivolgendosi a tutta la diocesi diceva: «Rinnovare la nostra vita ecclesiale significa innanzitutto rinnovare la nostra mentalità, sia sacerdotale sia laicale, sul piano delle convinzioni prima ancora che dei comportamenti e delle attività organizzative.

L’uomo d’altronde vive e opera come pensa...» (Sebastiano Dho, Rinnoviamo la nostra vita ecclesiale, Lettera pastorale 1994/1995, Alba, pagg.

4-5). Il concilio Vaticano II ha presentato il rinnovamento ecclesiale nei termini di “conversione”, vale a dire apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo: «Ogni rinnovamento della Chiesa con25siste essenzialmente in un’accresciuta fedeltà alla sua vocazione [...].

La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Unitatis redintegratio, 6). Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha voluto riverberare il citato testo conciliare con accorata passione e accenti profetici: «Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica.

Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo.

Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (Eg 26 - 27). In piena sintonia con lo spirito e con la lettera delle autorevoli indicazioni teologico-pastorali citate, facendo tesoro di quanto già elaborato concettualmente e in modo esperienziale nel tempo che ci precede, ci disponiamo a delineare alcuni orientamenti e norme riguardanti le parrocchie, le unità pastorali e le vicarie in cui si innerva la vita quotidiana e concreta della nostra Diocesi. Naturalmente, prima che le seguenti indicazioni possano diventare scelte operative, sarà necessaria un’ampia e capillare azione comunitaria di discernimento, perché il vescovo non può e non vuole prescindere «dalla ricchezza del parere dei suoi presbiteri e diaconi, del popolo di Dio e di tutti coloro che possono offrirgli un contributo utile» (Papa Francesco, Discorso ai nuovi vescovi nominati nell’ultimo anno, 14 settembre 2017).

Un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale

La parrocchia

Chiesa tra le case, fontana del villaggio, punto di riferimento territoriale della pastorale diocesana, centro di comunione e di costante invio missionario...

In Evangelii Gaudium, papa Francesco tratteggia la fisionomia della parrocchia con sottolineature che evocano e rilanciano quanto già intuito ed espresso in qualche misura dall’ultimo Sinodo diocesano, del quale ci apprestiamo a celebrare il ventesimo anniversario (cfr Diocesi di Alba, Libro sinodale 1998, spec. n. 78, 112, 138, 139).

Ci pare opportuno ascoltare quanto il Papa afferma, prima di indicare alcuni orientamenti e norme per il futuro della nostra realtà ecclesiale, nella consapevolezza che «la riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (Eg 27). Papa Francesco al n.

28 di Evangelii Gaudium scrive: «La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.

Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà a essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”.

Questo presuppone che essa stia concretamente in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a sé stessi.

La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, luogo di ascolto della Parola, di crescita della vita cristiana, di dialogo, di annuncio, di carità generosa, di adorazione e di celebrazione.

Attraverso tutte queste sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione.

È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare e centro di costante invio missionario.

Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione». Ecco, pertanto, alcune indicazioni concrete:

Entro i prossimi cinque anni, sentito il parere dei competenti organismi ecclesiali di partecipazione e sentita la gente in loco, soprattutto nei paesi sarà opportuno verificare la possibilità di accorpare anche legalmente le parrocchie del medesimo Comune che da tempo già collaborano pastoralmente o che, verosimilmente, si troveranno a farlo in un prossimo futuro. Sarà necessario rivedere la sensata permanenza di parrocchie con un minimo numero di abitanti che non rappresentano più una realtà ecclesiale effettiva, in quanto da anni in esse non si celebrano più i sacramenti dell’iniziazione cristiana che generano alla fede e che, di fatto, non esprimono più una vitalità apostolica.

Queste comunità potrebbero essere accorpate o inserite in altre parrocchie vicine.

Del resto è indispensabile non dimenticare quale sia il vero fine delle parrocchie e la loro autentica ragion d’essere: «non è certamente quella di perpetuare sé stesse ad ogni costo, al limite della sopravvivenza e neppure quello di custodire semplicemente memorie del passato, di ordine storico, artistico, sociale, compiti pur validi e comprensibili a livello umano soprattutto affettivo.

Lo scopo primario e ineludibile è quello di costruire comunità missionarie che vivono la fede e la carità, preoccupate di annunciare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo accogliendo fratelli e sorelle che non lo conoscono.

È giusto e urgente perciò verificare l’effettivo senso e il valore delle strutture pur venerande, accettando i cambiamenti necessari richiesti dai tempi» (cfr Sebastiano Dho, Le parrocchie affidate allo stesso parroco, Nota pastorale, Alba, 2003).

La celebrazione dell’Eucaristia va garantita in tutte le parrocchie nelle domeniche e nelle solennità liturgiche o nella loro vigilia, contemplando la possibilità di una rotazione per la celebrazione della santa Messa fra una parrocchia e l’altra (per le celebrazioni eucaristiche i sacerdoti devono rispettare le norme generali del Diritto: due sante Messe nelle domeniche e nelle solennità, più eventualmente una terza, autorizzata dall’ordinario diocesano).

La celebrazione della “liturgia festiva della parola di Dio in assenza di celebrazione eucaristica” (cfr l’omonimo documento della Cep, 30 novembre 2014) è da considerare come possibilità, qualora venisse meno la concreta fattibilità di una rotazione della celebrazione della santa Messa, dato che il senso comunitario (e non privato o devozionale!) della celebrazione eucaristica, unito a una conformazione geografica delle nostre zone, che permette ancora una relativa brevità delle distanze tra parrocchie contigue, rende prioritario l’impegno pastorale a promuovere il più possibile il convenire dei fedeli nell’assemblea eucaristica più vicina.

Qualora, tuttavia, si reputi necessario optare per questa soluzione, il parroco che ravvisa la necessità di istituirla, dovrà farne domanda al vescovo.

Occorrerà indicare la motivazione della scelta, la sua impellente necessità e opportunità pastorale, la località ove si svolgerà la celebrazione, il nominativo del ministro incaricato – sia esso diacono, religioso o laico – che dovrà, ovviamente, essere debitamente preparato.

In tal caso sarà obbligatorio attenersi alle indicazioni e agli schemi liturgici del succitato documento Cep inerente alla Liturgia festiva della parola di Dio in assenza di celebrazione eucaristica.

È necessario, inoltre, che i fedeli tutti percepiscano con chiarezza che tali celebrazioni hanno carattere di supplenza, né possono considerarsi la migliore soluzione delle difficoltà o una concessione fatta alla comodità (cfr Libro sinodale, 39 40 42). Mi pare opportuno citare a proposito quanto ebbe sapientemente a dire papa Benedetto XVI in un suo incontro con il clero di Aosta nell’agosto dell’anno 2005: «Quando io sono stato arcivescovo di Monaco avevano creato questo modello di funzioni solo della Parola senza sacerdote per, diciamo, tenere la comunità presente nella propria chiesa...

I francesi hanno trovato la parola adatta a queste Assemblée domenical “en absence du prêtre” e dopo un certo tempo hanno capito che questo può andare anche male perché si perde il senso del sacramento, c’è una protestantizzazione e, alla fine, se c’è solo la Parola posso celebrarla anch’io a casa mia...

I francesi hanno un po’ trasformato questa formula Assemblée domenical “en absence du prêtre” nella formula Assemblée domenical “en attente du prêtre”.

Cioè deve essere una attesa del sacerdote e direi normalmente dovrebbe la liturgia della Parola essere un’eccezione di domenica, perché il Signore vuole venire corporalmente.

Questa perciò non deve essere la soluzione...

A Monaco ho sempre detto, ma non so la situazione qui che è certamente un po’ diversa, che la nostra popolazione è incredibilmente mobile, flessibile.

I giovani fanno cinquanta e più chilometri per andare in una discoteca, perché non possono fare anche cinque chilometri per andare in una chiesa comune? Ma, ecco, questa è una cosa molto concreta, pratica, e non oso dare delle ricette.

Ma si deve cercare di dare al popolo un sentimento: ho bisogno di essere insieme con la Chiesa, di essere insieme con la Chiesa viva e col Signore! E così dare questa impressione di importanza e se io lo considero importante, questo crea anche le premesse per una soluzione» (Benedetto XVI, Discorso al clero della diocesi di Aosta, 25 luglio 2005).

Nelle cappelle, nelle case di cura e di riposo, eccetto casi particolari esaminati di volta in volta con il vescovo, non si celebri più l’Eucaristia domenicale e festiva.

Nel caso di queste ultime si dia invece spazio all’eventuale liturgia della Parola con la Comunione domenicale agli anziani e agli ammalati, preparata bene e con cura tramite il servizio dei diaconi permanenti, i quali in quanto ministri ordinati sono i primi a dover svolgere questo ministero accanto alle persone anziane e malate e in second’ordine attraverso i ministri straordinari della Comunione e le religiose/i, affinché la liturgia della Parola sia un segno reale della vicinanza e prossimità della comunità a chi non può recarsi in chiesa nel giorno del Signore.

La celebrazione eucaristica nelle case di accoglienza per anziani si celebri durante la settimana e si offra loro periodicamente la possibilità di accostarsi al sacramento della Riconciliazione e alla celebrazione, anche in forma comunitaria, del sacramento dell’Unzione degli infermi.

È altrettanto opportuno continuare a curare la pastorale ordinaria dei giorni feriali offrendo la possibilità a livello di unità pastorale di una celebrazione della santa Messa nella chiesa principale o ruotando nelle diverse chiese oppure nelle case di riposo in modo tale che i fedeli che lo desiderano possano ogni giorno partecipare all’Eucaristia.

Qualora da parte dei sacerdoti non sia sempre possibile nei giorni feriali celebrare l’Eucaristia, si provveda con l’ausilio dei diaconi permanenti o in subordine di laici preparati a celebrare la liturgia della Parola o delle ore, l’adorazione eucaristica o altre forme di preghiera comune. Il sacramento della Riconciliazione abbia dei tempi e dei luoghi stabiliti in modo tale che i penitenti possano trovare all’interno delle unità pastorali dei sacerdoti disponibili a confessare i loro peccati e a fargli gustare la gioia del perdono ritrovato, oltre che accompagnarli con l’ascolto e il discernimento personale.

Così pure non si trascuri la benedizione delle famiglie e la visita ai malati e agli anziani nelle loro case che non può essere delegata solamente ai ministri straordinari della Comunione.

Quest’attività pastorale “da tutti i giorni” e non straordinaria o da “eventi”, che normalmente già avviene nelle nostre comunità, non solo va confermata ma farà sì che la gente percepisca il presbitero non solamente come colui che presiede le comunità che gli sono state affidate formando un’unica unità pastorale, ma anche come il pastore che conosce “l’odore delle pecore” e si fa discepolo-missionario fra le case in cerca di tutti e facendo in modo che tutti si sentano accolti.

Per quanto riguarda il rapporto tra parrocchie e altre realtà ecclesiali presenti sul territorio diocesano mi pare sufficiente ribadire il pensiero e le prospettive indicate ancora da papa Francesco in Evangelii Gaudium, al numero 29: «Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori.

Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa.

Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare.

Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici» (cfr anche Libro sinodale, nn 78.94.112). Consapevole di non essere esaustivo, vorrei completare questa breve riflessione sulla parrocchia, insieme agli orientamenti e alle norme che ne conseguono, con un accenno di riconoscenza ai sacerdoti interessati, ai parroci, ai vice-parroci e ai collaboratori di diverso titolo che, con molta generosità e sacrificio personale, accettano le molteplici responsabilità parrocchiali, sempre in crescendo, e si impegnano con dedizione e con zelo autenticamente apostolico. A tutti un sincero e sentito ringraziamento anche a nome delle comunità di cui sono pastori. Un’attenzione particolare ai sacerdoti vorrei dedicarla nel momento in cui sono accolte le dimissioni presentate al vescovo dai parroci al compimento del settantacinquesimo anno di età come previsto dal Codice di diritto canonico, riprendendo quanto già comunicato alla Due giorni del clero di Altavilla nello scorso mese di settembre. Comprendo che lasciare le responsabilità dirette dopo tanti anni di ministero sia per molti uno strappo doloroso.

Del resto ringrazio tutti coloro che, nonostante abbiano superato l’età prevista, continuano ancora il loro servizio in modo ammirevole.

Ritengo, però, che quando si consegnano le dimissioni non si compia un mero atto formale, burocratico, ma si rimetta il mandato con tutto ciò che questo atto comporta. Sta al vescovo accettare subito e rendere effettiva la rinuncia, oppure differirla con la formula “nunc pro tunc” (ora per allora), valutando caso per caso, in dialogo con l’interessato, e considerando la comunità che in quel momento presiede ed eventuali altre esigenze parrocchiali o diocesane.

Poiché ogni caso risulta essere a sé stante, non ha senso fare confronti, in quanto le persone sono diverse e le esigenze e le situazioni pastorali non sono assimilabili.

Nel momento in cui le dimissioni vengono accolte, è bene pensare di vivere il tempo del congedo con serenità.

A questo proposito voglio citare un passaggio dell’omelia di papa Francesco durante la Messa celebrata in Santa Marta il 30 maggio 2017: «Tutti noi pastori dobbiamo congedarci.

Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me.

E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà.

Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la croce di Gesù».

Sono parole forti, ma devono aiutarci nel nostro cammino di donazione e di discernimento.

Non intendo emanare a questo riguardo norme ferree e uguali per tutti, ma riproporre gli orientamenti peraltro già discussi e in parte assunti dalla Diocesi alcuni anni fa (cfr Consiglio presbiterale del 1 dicembre 2011 e del 15 marzo 2012, Verbali, in Rivista diocesana, n. 3 giugno 2012, pagine 103-107).

Ogni presbitero è ordinato per tutta la Chiesa e non per una singola parrocchia.

Quando un parroco termina il suo servizio e le sue dimissioni diventano effettive, perché accolte dal vescovo, è bene che lasci la casa canonica ed eventualmente anche il territorio della sua ex parrocchia, salvo intese diverse, motivate e condivise col nuovo parroco e con il vescovo.

Se la salute lo permette, si possono assumere nuovi servizi e svolgere ancora con profitto il ministero sacerdotale laddove ce ne sia bisogno, anche dopo il congedo da parroco. In futuro saranno accettate le dimissioni già rassegnate negli anni scorsi da diversi parroci.

Chiedo lealtà, assicurando che si farà tutto il possibile per trovare insieme la soluzione giusta e dignitosa alle esigenze di tutti e di ciascuno.

2. L’unità pastorale

Comunità di comunità, palestra di collaborazione e di corresponsabilità nella pastorale d’insieme

«Perché la parrocchia sia sempre più espressione della Chiesa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie è necessario, da un lato, sottolinearne l’indispensabile importanza – resta una delle strutture più efficaci per realizzare la comunione missionaria – e, dall’altro, non dimenticare però che ogni parrocchia non basta più, da sola, per rispondere alle sfide della nuova evangelizzazione».

Così, vent’anni fa si esprimeva il Sinodo diocesano sulla parrocchia (cfr Libro sinodale, 112).

Nella nostra Diocesi, da molto tempo ormai, hanno preso forma le unità pastorali, «umile strumento possibile per un rinnovamento per tutti» (Sebastiano Dho, Rinnoviamo la nostra vita ecclesiale, p. 9) non come “ricetta risolutiva”, ma come risposta «ad alcune esigenze e situazioni originate da fatti che pur contano, quali segni dei tempi, come ad esempio l’accresciuta consapevolezza e preparazione, nonché disponibilità dei laici, la riduzione numerica fortissima dei sacerdoti, la diversa collocazione e notevole mobilità della gente anche a livello di residenza...

L’esigenza di tendere sempre di più all’unità non solo di fede ma di vita ecclesiale è fondamentale, indispensabile. Di conseguenza a livello pratico, quello appunto delle strutture pastorali quali le “unità”, tutto ciò che nelle varie comunità è possibile pensare, programmare, realizzare, verificare insieme, è da preferirsi, proprio per sé stesso, a quanto, anche di bello, si può fare diversamente» (Ibid, p.

9.10.

Cfr anche Libro sinodale, 113.141). Naturalmente, ciò non vuol dire che le unità pastorali debbano mortificare l’identità e l’originalità delle singole parrocchie.

Con un’immagine suggestiva, presa in prestito da papa Francesco, si può dire che «il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro.

Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii Gaudium, 236). Non posso che fare mie, ribadire e rilanciare queste prospettive, per altro già efficacemente collaudate da anni in ampie porzioni della Diocesi.

→ Per quanto riguarda la concreta individuazione delle unità pastorali, nell’anno appena trascorso si è attivata un’ampia riflessione nelle singole vicarie, in sede di Consiglio episcopale, presbiterale e pastorale diocesano.

Recentemente si sono definite formalmente rendendole ufficiali, provvedendo anche a nominarle meglio, identificandole con un numero e l’appellativo di “Chiesa battesimale-eucaristica” verso cui le altre comunità poco per volta e nel corso del tempo convergeranno come luogo centrale.

→ Attesa la diversa configurazione delle parrocchie, si possono pensare varie tipologie di unità pastorali che, collocate strutturalmente in modi diversi, rientrano tutte nello stesso progetto e nella stessa visione ecclesiologica.

Già esistono e verosimilmente continueranno a esserci unità pastorali formate da più parrocchie medio-grandi (soprattutto in città) ognuna con il proprio parroco, unità pastorali costituite da più parrocchie con più parroci in solidum e unità pastorali formate da più parrocchie con un unico parroco.

In ogni caso sarà opportuno attivare in ciascuna unità pastorale un’équipe pastorale formata da diaconi, religiose/religiosi e laici che possano con il parroco e/o con i parroci diventare effettivi collaboratori e corresponsabili per tutta l’attività pastorale.

→ In ognuna delle unità pastorali – con attenzione diversificata per la prima delle tipologie elencate – cioè per quelle formate da parrocchie medio/grandi ciascuna con un proprio parroco – bisognerà progressivamente dar vita a un unico Consiglio pastorale.

Già l’esperienza insegna quanto ribadito dal sussidio della Conferenza episcopale italiana sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente: «In alcuni casi, che potrebbero rivelarsi emblematici, il Consiglio pastorale dell’unità ottiene un coinvolgimento maggiore di quello relativo alle singole parrocchie, contribuendo a superare barriere e campanilismi» (Cei, Lievito di fraternità, 2017, 6, p. 50).

«Fermo restando la previsione del Codice – che stabilisce che ciascuna parrocchia sia dotata di un proprio Consiglio per gli affari economici – si avverte l’esigenza di interpretarsi in un’ottica maggiormente comunionale...» (ibidem).

→ Sarà inoltre necessario costituire dei gruppi unitari di laici formati, attingendo in primis da coloro che hanno già delle competenze specifiche nel campo della catechesi, della liturgia, della carità, della pastorale giovanile, dell’amministrazione e della missione perché, sempre di più, da collaboratori diventino effettivamente animatori e corresponsabili di tutti i settori della pastorale.

Chiedo agli uffici diocesani competenti di aiutare le vicarie e le unità pastorali a compiere questo lavoro, attraverso sussidi e corsi di formazione fatti in loco per facilitare la partecipazione di tutti, soprattutto dei laici.

→ Almeno nella seconda e terza tipologia di unità pastorali individuate, le principali festività liturgiche annuali (santa Messa della notte di Natale, Triduo pasquale, festa del Corpus Domini...) si celebrino a livello di unità, salvo alcune situazioni particolari da valutare caso per caso.

È opportuno, in base alla situazione territoriale e alla effettiva capienza delle chiese parrocchiali, ruotare nelle diverse parrocchie di anno in anno.

→ Le celebrazioni del sacramento della Confermazione possono avvenire nel corso di tutto l’anno liturgico (ad esclusione del Tempo di Quaresima).

Possibilmente siano distribuite in una/due celebrazioni per unità pastorale.

3. La vicaria
Articolazione pastorale di zona, anello di congiunzione tra parrocchie, unità pastorali e Diocesi.

Le vicarie, «articolazioni pastorali di zona» per la «collaborazione operativa tra comunità contigue» (Libro sinodale 141; cfr anche pag. 160), sono costituite dall’insieme delle unità pastorali di un determinato territorio. Alcune delle otto vicarie della Diocesi – raccolto il parere della base con successivo confronto in sede di Consiglio episcopale, presbiterale e pastorale diocesano – nell’ultimo periodo sono state oggetto di ridefinizione territoriale con piccoli adattamenti e parziale revisione dei confini.

Attualmente, in alcuni casi, il parroco di un’unità pastorale può trovarsi a essere pastore di parrocchie appartenenti a vicarie diverse. Nel prossimo futuro occorrerà ridefinire la questione, per evitare l’innaturale duplice appartenenza.

→ Ogni cinque anni, o quando se ne presenta la necessità, i sacerdoti e i diaconi di ogni singola vicaria, con elezione segreta, propongono una terna di sacerdoti da esibire al vescovo, il quale nomina il vicario foraneo che avrà il compito di promuovere e coordinare l’attività comune delle diverse unità pastorali e di essere anello di congiunzione con il vescovo stesso, i vicari episcopali, gli altri vicari foranei e gli uffici della Curia.

Inoltre, egli si prende cura e segnala al vescovo o ai vicari episcopali eventuali situazioni di fragilità, problemi di salute o difficoltà di altra natura dei sacerdoti e diaconi della propria vicaria.

→ Il vicario foraneo partecipa di diritto al Consiglio presbiterale diocesano.

Per la programmazione pastorale si interfaccia con il vicario episcopale per la pastorale e la formazione.

→ Per quanto qui non specificato ulteriormente si faccia riferimento al Codice di diritto canonico (can 555) e al Libro sinodale (spec. pag. 161); (cfr anche Cei, Lievito di fraternità, 6, pag. 48).

→ In ogni vicaria si valorizzi, se già esistente, o si costituisca una Commissione pastorale come organismo consultivo e operativo di raccordo in sede vicariale fra le parrocchie, le unità pastorali e la diocesi, nello spirito di collaborazione e di corresponsabilità tra laici, consacrati, diaconi e presbiteri, per una vera pastorale d’insieme (cfr. Libro sinodale pg. 162-163) 162 163 .

Una Chiesa in uscita, con le porte aperte

«Essere Chiesa», scrive ancora papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, «significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre.

Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità.

Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino.

La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo» (n. 114), «la Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte» (ibidem, 46)! Avviandomi verso il termine di questa seconda parte della Lettera pastorale, dedicata in particolare agli orientamenti e alle norme, desidero esternare la mia consapevolezza e il mio profondo convincimento che ogni riforma strutturale è relativa e ha senso solo se finalizzata a realizzare il volto di Chiesa sognato da Cristo e delineato dal Papa.

D’altra parte, poiché la Chiesa è impastata di umanità e vive in uno spazio e in un tempo precisi e delimitati è altresì necessario essere consapevoli che «uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso» (Eg 46), evitando a un tempo la subdola tentazione di realizzare una Chiesa «malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze...

una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.

Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita.

Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37)» (EG 49).

Concludo evocando un apologo orientale di un autore per altro controverso: «Un vecchio pellegrino percorreva nel cuore dell’inverno il cammino che porta alle montagne dell’Himalaya, quando cominciò a piovere.

Il custode della locanda gli disse: “Come farai, buon uomo, ad arrivare fin lassù con questo tempaccio?”.

Il vecchio rispose allegramente: “Il mio cuore è già arrivato, seguirlo è facile per l’altra parte di me”» (A. De Mello, La preghiera della rana, 1).

L’invito rivolto a tutta la nostra santa Chiesa albese e a ciascuno dei suoi membri è quello di “gettare il cuore in avanti” per abbracciare il cammino che ci attende con le sue fatiche e le sue consolazioni...

Se il nostro cuore è già arrivato, seguirlo sarà facile con l’altra parte di noi!

TERZA PARTE

Percorsi di Chiesa in cammino con Gesù per il futuro

Gesù cammina con noi: questa consapevolezza di fede ci chiede di intraprendere dei percorsi che ci aiutino ad avvicinare tutti, nessuno escluso. La Chiesa italiana, in occasione del convegno ecclesiale di Firenze dal titolo: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, ha indicato cinque verbi dell’Evangelii Gaudium da trasformare in cinque vie da percorrere

insieme nell’immediato futuro: uscire annunciare abitare educare trasfigurare

Perché sia possibile concretizzare questo lavoro ecclesiale di discernimento, è necessario indicare alcune priorità, evitando l’efficientismo sterile e concentrandoci su ciò che diventa sempre più essenziale per la Chiesa che verrà: – Individuare, oltre alla vita pastorale delle comunità parrocchiali, dei luoghi privilegiati, alcuni di questi potrebbero essere i santuari sparsi nella nostra Diocesi, in cui si incrementi, con la presenza costante di sacerdoti diocesani o religiosi, la vita spirituale, fatta di accompagnamento personale, di celebrazioni della Parola e dei sacramenti, di adorazione eucaristica e Lectio divina, con particolare attenzione al discernimento interiore del singolo fedele, per una spiritualità che sia sempre più “goccia a goccia”, irrorando così con la grazia di Dio la vita interiore, e meno ad “acquazzone” rischiando di scivolare via senza incidere in profondità. – Ridare il primato alla formazione degli adulti, per far crescere la corresponsabilità dell’intero popolo di Dio nel saper leggere la vita quotidiana alla luce del Vangelo.

In questa direzione diventa prezioso riscoprire e promuovere la ricca esperienza dell’associazionismo laicale presente nella storia della nostra Diocesi. – Incrementare i gruppi di Vangelo o biblici, condotti da animatori preparati, all’interno delle famiglie delle nostre parrocchie, per una maggiore conoscenza e nutrimento della parola di Dio che sempre più deve essere per un credente luce per il suo cammino. – Avere un’attenzione privilegiata per i giovani e per le nuove generazioni, maturando ed elaborando insieme a loro, con fiducia e creatività, i nuovi linguaggi della fede, che possano continuare a trasmettere oggi la novità del Vangelo. – Riconoscere sempre di più nella scuola teologica interdiocesana di Fossano un polo formativo a servizio della formazione delle nostre Chiese cuneesi, creando le condizioni perché i laici che l’hanno frequentata, e che attualmente la frequentano, possano dare un effettivo contributo alla pastorale ordinaria, diocesana e parrocchiale. – Istituire veri e propri laboratori ecclesiali in forma di équipe, nei quali, presbiteri e laici insieme, possano elaborare nuovi criteri condivisi per vivere oggi l’esperienza della fede cristiana, oltre a maturare nuove figure o profili di ministeri al servizio dell’edificazione della comunità.

Più si affronteranno in queste sedi i temi fondamentali della fede e più sarà agevole camminare verso uno stile e una direzione comuni. Alla luce di queste priorità aperte sul futuro, mi permetto di indicare una griglia iniziale di interrogativi, a mo’ di avvio per il lavoro che verrà:

Gesù cammina con noi e ci invita ad USCIRE

Uscire implica apertura e movimento: «la fede vede nella misura in cui cammina» (Lumen fidei 9).

È necessario uscire da un noi difensivo, dai luoghi comuni, dal “si è sempre fatto così”, spingendosi anche fuori dai territori dove ci troviamo per sperimentare soluzioni nuove.

Significa altresì ascoltare anche chi non la pensa come noi, lasciarci interpellare, camminare insieme, “camminare cantando” (Laudato si’ 244).

Le nostre comunità sono capaci di uscire?

Gesù cammina con noi e ci invia ad ANNUNCIARE

Annunciare è connaturale con la nostra fede e fonda le radici nella chiamata battesimale.

Se abbiamo incontrato la lieta novella del Vangelo non possiamo tenerla per noi: «Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (Eg 23).

Le nostre comunità come si fanno annunciatrici del Vangelo?

Gesù cammina con noi e ci vuole ABITARE

Cristo Gesù, facendosi uomo, ha voluto condividere la nostra natura umana, inserendosi nella nostra storia.

Abitare significa incarnarsi, nella tradizione, nella cultura, nello spirito della nostra gente.

Bisogna saper leggere i segni dei tempi per farci autentici compagni di viaggio delle persone che incontriamo sul nostro cammino.

Le nostre comunità abitano le storie e le situazioni del mondo di oggi?

Gesù cammina con noi per EDUCARE

Educare è il compito di ogni comunità, di ogni famiglia, di ogni scuola.

Sappiamo e-ducere cioè tirar fuori il meglio che c’è in ogni persona? Educare alla responsabilità, alla legalità, alla solidarietà, alla fraternità, alla spiritualità, alla preghiera è un compito che riguarda tutta la Chiesa in tutte le sue declinazioni.

Dobbiamo educare alla vita buona del Vangelo come ci indica il tema scelto dalla Chiesa italiana per questo decennio.

Le nostre comunità sanno educare e sono luoghi educanti?

Gesù cammina con noi per TRASFIGURARE

Trasfigurare è la capacità di vedere al di là dell’umano.

I discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare del pane.

Il cammino di ogni uomo ha una meta: l’incontro con il Signore risorto.

È necessario pertanto vivere già da ora, attraverso la preghiera e i sacramenti, ciò che non è ancora.

Trasfigurare significa vivere in pienezza la vita che ci è stata donata; significa aprirci alla grazia.

Di questo dobbiamo essere testimoni profetici e credibili.

Le nostre comunità riescono a trasfigurare la loro vita pastorale e il loro impegno sociale? Sono certo che questi itinerari potranno diventare oggetto di approfondimento e di riflessione per tutte le nostre comunità, nei consigli pastorali, nelle catechesi e nelle diverse occasioni che viviamo in ogni anno pastorale. Questi cinque verbi rappresentano dei riferimenti che ci permettono di non andare fuori strada, ma di camminare sicuri, guidati da Gesù che cammina con noi.

Proprio come fece con i discepoli di Emmaus.

Affidamento
alla beata Vergine
del buon consiglio

Alla beata Vergine del buon consiglio,

nell’anno giubilare che celebriamo al santuario

a lei dedicato a Castiglione Tinella,

vorrei affidare questa mia prima Lettera pastorale.

A te Madre del buon consiglio affido i sacerdoti,

i diaconi, i religiosi e religiose della nostra Chiesa

affinché sappiano farsi dispensatori fedeli dell’amore

misericordioso di Dio con la loro testimonianza di vita.

A te Madre del buon consiglio affido i giovani

che rappresentano la speranza della nostra Chiesa,

in questo anno che ci prepara al Sinodo dei vescovi

dedicato proprio a loro, accompagnali

con la tua intercessione nelle scelte definitive

e importanti della loro vita.

A te Madre del buon consiglio affido le coppie di sposi,

le famiglie, soprattutto quelle in difficoltà,

affinché vivano in pienezza la loro vocazione

a essere Chiesa domestica.

A te Madre del buon consiglio affido gli anziani,

i malati, i migranti, i profughi e tutte le persone

povere materialmente e spiritualmente, perché trovino

nella carità e nella misericordia di tutti i credenti

la carezza e l’abbraccio misericordioso di Dio.

O Vergine del buon consiglio, aiutaci a seguire

il tuo figlio Gesù che cammina con noi,

fino al termine del nostro pellegrinaggio,

annunciando con gioia il Vangelo

a ogni uomo e donna del nostro tempo.

Amen.

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